Ugo è un romanzo profondamente intessuto di filosofia, pur senza mai assumere un carattere didascalico. In un’epoca in cui sembra necessario vendersi come scrittori o filosofi, il nostro autore si distingue perché possiede una conoscenza approfondita della filosofia e non ha bisogno di esibirla né di trasformarla in uno strumento di autopromozione.
Il romanzo si sviluppa attraverso una narrazione ironica e picaresca, avvincente nel suo svolgimento e culminante in una redenzione finale.
La bruttezza del protagonista mette in luce lo squilibrio presente nella natura e richiama una lunga tradizione culturale nella quale la deformità viene interpretata come una sorta di castigo e i personaggi negativi incarnano fisicamente il male. Chi porta su di sé il segno della bruttezza finisce così per percepirla come una gabbia, una condizione che limita la propria libertà e influenza il modo in cui viene guardato e giudicato dagli altri.
La vera letteratura, tuttavia, nasce dalla vita dello scrittore, dalla sua esperienza autentica e dal bisogno di esprimere qualcosa di profondo, non dalla volontà di apparire. Ugo nasce proprio da un momento di verità. Quando ha scritto il romanzo, l’autore si trovava a sua volta rinchiuso in una gabbia di sofferenza, così come Ugo era prigioniero della propria gabbia di bruttezza. Due prigionie diverse, ma accomunate dalla stessa difficoltà di trovare una via d’uscita. In questo senso, la scrittura diventa molto più di un esercizio letterario: si trasforma in una forma di terapia, in uno strumento attraverso il quale dare voce al dolore e tentare di superarlo. È forse proprio da questa corrispondenza profonda tra la vita dell’autore e quella del suo personaggio che il romanzo trae la sua autenticità e la sua forza espressiva.
@AnnaLuciaFantastico
